Dalle tavole eugubine si può ricostruire l’evoluzione dell’organizzazione delle città umbre in decuvie come le decuvie Atiesiat, derivata dalla località d’Atiersio (Attiggio di Fabriano), Casilate, dall'agro Casilino e Peiediate; altre decuvie risentono del sistema gentilizio e hanno la forma plurale come la decuvia dei Clavernii (Klaverniur Chiaserna di Cantiano), dei Peraznani (della Perugia etrusca).
La magistratura degli Umbri era il "maronato" e il magistrato corrispondente era il Maron. Le Tavole, poiché registrano solo disposizioni di carattere religioso,non hanno accenni ai maroni, che compaiono invece in due iscrizioni umbre trovate rispettivamente ad Assisi e a Fossato, nelle coppie di Caio Vestino e Nerio Babrio, ad Assisi, e V.Vario e Tito Fullonio a Fossato. Fra i collegi religiosi permanenti (Ekvi, Eikvase), le Tavole concentrano la loro attenzione come già detto su quello dei ”Fratelli Atiedii ”, il più importante di tutti perché connesso ad una sede anteriore a quell’iguvina, dalla quale anche la decuvia Atiediate derivava il suo nome (le decuvie Atiersiat deriva dalla località d’Atiersio-Attiggio). I due gruppi di famiglie o genti (Nation) rappresentano un gruppo di fratelli Atiedii e avevano diritto a particolari privilegi in materia di preghiere. Queste erano la gente Petronia e la gente Vovicia. Gli Umbri da Attidio arrivarono ad Ikuvio e da qui si estesero sino ai limiti dei luoghi sacri, dandone nomi e culto, ma senza appropriarsi di questo territorio, ritenuto sacro ed intoccabile, sede delle loro divinità. Stesso rispetto ebbero i Galli Senoni, sopraggiunti all'inizio del IV secolo a.C. in questi territori tra il monte Nerone, il Catria e il Cucco, che divenne, di fatto, il loro confine naturale.
Il toponimo d’Attiggio potrebbe derivare dal vocabolo greco Atys che si riferisce alla divinità mitologica vicina a Cibele, dea della terra e della fecondità. Altra ipotesi sul toponimo formulata dal Sassi è che il vocabolo derivi da Attus o Attius, della famiglia gentilizia Attidia, dove è l'origine del vocabolo romano Attidium. Nelle tavole Iguvine è citata la confraternita dei "Fratres Attidiati", una potente congregazione religiosa di sacerdoti che esercitavano il culto della triade. Questa gente d’origine osco sabellica, potrebbe essersi insediata nel nostro territorio lasciandone il loro nome di "Atiedio" per poi emigrare in una primavera sacra, nell'attuale città di Gubbio. Possiamo desumere che l’Attidio umbra fu un importante centro religioso e i riti sacri furono adottati dalla città-stato d’Ikuvio (Gubbio). Le cerimonie erano svolte da una confraternita di dodici membri di Fratres Attidiati, capeggiata da due famiglie: la Petronia e la Vovicia. La presenza di queste famiglie è avvalorata dai toponimi ancora presenti nel nostro territorio come costa Petruio e villa Petruio di Civita citata nelle carte di S.Vittore n. 151 del 1221 e n.161 del 1231 e fondo di Licia a Ceresola. Dalle tavole si apprende che nella città d’Ikuvio esistevano tre porte considerate punti di riferimento durante le cerimonie religiose. Tali porte avevano i nomi di Trebulana, Tessenaca e Veia.
La prima era posta in direzione nord-est ed era dedicata alla principale divinità montana Iguvina di Giove Grabovio, il cui tempio era ubicato sul monte Catria, la seconda porta era situata in direzione nord-ovest e la terza a sud-est. La cerimonia sacra era svolta in un'area chiamata "Tempio Celeste", definita dallo spazio panoramico che si presentava agli osservatori delle pietre augurali (Flamine e Augure) nell'avvistare gli uccelli (espiazione) da punti ben definiti ovvero dall'Ara Divina situata a valle della città e dal Tabernacolo posto all’origine, vicino le pietre Augurali. Il concetto sacro del tempio inteso come parte sacrale (templum) derivava dalla santità delle mura delle città, delle porte cittadine, del pomerio(spazio compreso fra le mura della città ed il centro abitato dove era vietato costruire) e dei santuari.
Il piano della cerimonia si componeva di tre parti: "L'impegno" dove s’indicava la natura dell'offerta, il "sacrificio" che comprendeva tre azioni: l'Uccidere, l'Offrire e il Riporre i resti del sacrificio. La terza parte era dedicata agli Auspici per gli avvenimenti richiesti. Il sacrificio era eseguito in un’Ara formata da una pietra quadrilatera che poggiava su un rialzo sporgente nella parte anteriore. La stessa era impiantata in uno spazio definito sacro ed era affiancata da un’altare sussidiario, da una colonna e un altare portatile (lettiga). Le divinità Umbre si presentavano con cinque capostipiti(Pantheon): Pors "la Crescita", Sake "il Patto", Grabo "la Quercia", Cubra "la Bona", Hodo di valore sconosciuto. Durante i sacrifici le azioni erano divinizzate con nomi di Dikammo il "Dichiarante", Vofiono l'"Impegnatore", Spetor l'"Osservatore", Athu il "Responso", Pordovient l' "Offerente", Vestiko il "Libante".
Le divinità a volte erano raggruppate in "Triadi" come le religioni degli Etruschi, Greci e Romani. L'Espiatoria, riferita a Grabovio, la lustrazione a Cerfo Martio il Responso ad Ahtu Marte. In alcune cerimonie una posizione era occupata dal "Dio Picchio” (Piku-Martio). Compiuti i sacrifici, i celebranti guidati dall'Augure e dal Flamine si allontanavano dalla città con una processione intorno alle mura, interrotta da soste effettuate sulle porte e attraverso un percorso sacrificale esterno raggiungeva i boschi di "Giovio" e "Coretio". Offerte poi le relative vittime a Marte Hodio si poteva definire compiuta la Purificazione delle aree". L'intera cerimonia si svolgeva con una prima fase all'interno delle mura e consisteva nell'osservazione degli uccelli, la seconda si svolgeva parte all'interno e parte all'esterno delle mura, la terza tutta all'esterno e probabilmente lungo le pendici del monte Ingino di Gubbio.Così erano legate le principali componenti del luogo: Il Monte, l'Arce Fisia e la città. A Gubbio esistevano due allineamenti orientati da monte a valle.
Uno percepibile come “Unione" di parti emergenti (Pietre augurali-Ara Divina), l'altro come collegamento concreto dei membri del rito: il Monte, l’Arce, e la Tota (città). La città d’Attidio si presume che era collocata nelle vicinanze d’Acquatina. Da una recente indagine condotta sul territorio è emersa un'area d’elevato interesse archeologico ad ovest della contrada d’Acquatina, situata in un vasto pianoro, contornato da dirupi, dove sul fondo s’incontrano due torrenti discendenti dalle alture di Capretta. In questo pianoro, nell'odierna pista di motocross, affiorano notevoli materiali archeologici sia Romani sia Umbro-Piceni. Tali reperti lasciano ipotizzare che l'area era la sede degli Umbri e Piceni, poi utilizzata anche dai Romani. Già prima erano stati rinvenuti sempre, nelle vicinanze d’Acquatina, frammenti di ceramiche attribuiti all'età del ferro (600 a.C.), fibule di bronzo tipo certosa e resti di una coppa schifoide attica del IV sec. a.C. Le cerimonie sacre svolte dagli Umbri a Gubbio, probabilmente erano compiute anche ad Attidio. In questa ultima è stata fatta una ricostruzione ipotetica ed ideale delle cerimonie religiose descritte nelle tavole Eugubine. Nella parte occidentale della presunta città Umbra, emerge una collinetta alta 560 m, predominante su tutto il pianoro che lascia supporre che sia stato il sito dove erano collocate le pietre Augurali. Tale altura è in linea con la contrada d’Acquatina, dove nelle sue vicinanze poteva essere impiantata l'Ara Divina. Da un esame topografico e orografico del sito, si presume che le porte della città erano disposte nei punti cardinali nord-sud-est. La porta situata ad est si potrebbe paragonare alla porta Trebulana di Gubbio, dedicata a Giove. Tale ipotesi è stata formulata sul riscontro che detta porta, il vicino monte Fierentino e il monte Catria sono sullo stesso asse. Analoga situazione è a Gubbio dove esisteva l'asse sacro formato dalla porta Trebulana-monte Ingino-monte Catria. Sul monte Fierentino era svolta la cerimonia espiatoria delle offerte e probabilmente era contornato da un bosco sacro forse corrispondente al Coretio di Gubbio. Il secondo bosco (Giovio) probabilmente era a nord-ovest d’Attidio, nei pressi del monte Fano (Fanum) e questo toponimo ci conferma che anche nel periodo Romano era un luogo sacro, forse dedicato a Marte. Difatti nella vita di S.Silvestro (XIII sec.) lo storico Bolzonetti riporta che tale monte era contornato da boschi e caverne infestati da demoni. In questo luogo, dove erano ancora presenti le vestigia di un tempio pagano (romano), il Santo eresse un eremo, cancellando completamente i segni del culto pagano. Oggi all'interno dell'eremo di S.Silvestro, vicino alla fonte Vembrici si può osservare un reperto di pietra calcarea lavorata, probabilmente appartenuta alla costruzione di un tempio Romano (reperto della Trabeazione). I Romani nelle loro cerimonie religiose adottarono anche le divinità italiche e i loro culti erano spesso svolti negli stessi luoghi dove erano erette le Are Sacre appartenenti alle genti indigene.
Essi imitarono anche parte dei riti Umbri e i "templi celesti" li sostituirono con i "Templi Edifici" costruiti in località più accessibili. Nel territorio fabrianese con l'occupazione dei romani, il villaggio umbro di Civita fu trasformato in un oppidum e probabilmente sulla collina dove gli Umbri esercitavano i loro riti sacri fu eretto un tempio romano. Anch’esso rientrava nell'asse sacro Attidio-monte Catria.Sulla sommità del monte Civita ancor oggi affiorano reperti che lasciano ipotizzare alla presenza di un tempio avvalorato dalla presenza di due cisterne o vasche scavate nella roccia che erano utilizzate per le abluzioni. Tale sistema fu attuato anche nel periodo cristiano, con la sistemazione delle chiese negli stessi luoghi dove erano eretti i templi pagani.
Area Archeologica di "Attidium"
Il centro romano di Attidium si sviluppava in corrispondenza dell'attuale frazione di Attiggio, situata a pochi chilometri dal comune di Fabriano (AN). Le testimonianze archeologiche più antiche risalgono al tardo Neolitico e dimostrano come l'area sia stata frequentata durante la preistoria e la protostoria. Una campagna di scavo del 1959 diretta dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici delle Marche, ha infatti messo in luce un deposito archeologico che in successione ha rilevato la presenza di alcuni abitati: un livello della fase finale del neolitico con alcune buche di palo ed un focolare, uno strato dell'età del rame, alcune buche di palo del Bronzo Medio, un abitato piceno del V sec. a.C., ed alcuni materiali funerari di età romana. Prima della romanizzazione, nel territorio appenninico dell'alta valle dell'Esino erano stanziate comunità picene, celtiche e probabilmente anche umbre: stando ad alcune fonti epigrafiche e letterarie.
In particolare legato ad Attiggio, doveva essere il collegio sacerdotale dei Fratres Atiedii, menzionato più volte nelle Tavole Iguvine, il famoso testo sacrale umbro redatto tra III e I sec. a.C., conservato nel Museo Civico di Palazzo dei Consoli a Gubbio (PG).
IL MUNICIPIUM
In età augustea il territorio attidiate rientrarà nella VI Regio, Umbria et Ager Gallicus, che comprendeva Umbria appunto, e Marche a nord dell'Esino: è lo stesso Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (1, III, 19) a menzionare gli Attidiates tra i popoli che fanno parte di questa regione (altrove citati come Attidienses).
I documenti epigrafici, di cui alcuni tuttora visibili nell'atrio sdi Palazzo Chiavelli, attestano soprattutto le magistrature, il tipo di costituzione vigente, la tribù di appartenenza, Lemonia, ed alcune indicazioni sulle famiglie gentilizie, in particolare sui Camurii.
Agli albori della romanizzazione, Attidium era probabilmente civitas foederata, cioè città alleata che come la maggior parte dei centri umbri, riuscì a mantenere una relativa autonomia politica e amministrativa, almeno fino alla guerra sociale (90-88 a.C.), in seguito alla quale sembra aver ottenuto lo statuto di municipium retto da un colegio di magistrati Quattuorviri.
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Mosaico Raffigurante Animale Marino
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Complesso Termale - Calidarium
Tratto da: www.fabrianostorica.it